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03.03.2007
Discorso di Franco Zambelloni, filosofo, in occasione
del 50. anniversario della federazione

Parità dei diritti

Il fatto che io, un uomo, sia invitato qui a parlare oggi alla Federazione della Associazioni femminili in Ticino, mostra una tendenza positiva. Dirò quale, ma prima devo fare qualche passo indietro.

Sappiamo tutti che nella tradizione occidentale le donne sono state sottomesse all’uomo, svilite, sottovalutate o disprezzate. Io, per il mestiere che faccio, lo so necessariamente, perché la filosofia, fatta quasi esclusivamente da uomini, ha teorizzato a lungo l’inferiorità mentale e del carattere della donna.

La condizione femminile era un destino. Ancora nel 1828 Stefano Franscini (del quale ricorre ora il 150° della morte) si batteva per l’istruzione femminile, ma solo allo scopo dichiarato di farne “ottime mogli e madri”.

Con la revisione totale della Costituzione federale del 1874, s'impose anche tra le società di donne l'esigenza di far convergere gli interessi femminili ad un livello nazionale. Il primo congresso delle donne si ebbe nel 1896 e si affermarono cinque grandi associazioni femminili.

Il nuovo movimento femminista autonomo si formò infatti in Svizzera nel solco della contestazione studentesca del 1968. Dapprima a Zurigo, dove sorse il Movimento di liberazione delle donne, presto imitato in Romandia e in Ticino.

Si affermò così la cultura della rivendicazione puntuale dei diritti e delle pari opportunità.

E qui arrivo io – o meglio la mia generazione. Io mi sono laureato nel 1968: un anno che è diventato poi quasi mitico, ma che produsse una confusione generale, in cui tutto veniva rimesso in discussione, l’autorità, il sapere, la cultura, il ruolo maschile e femminile, il matrimonio, la famiglia…

Le femministe che ho conosciuto io allora erano arrabbiate: sfilavano in corteo con le forbicine appese al collo e urlavano: “Ve le taglieremo!”.

Oggi quei tempi di rabbia sembrano passati, e a me pare una buona cosa. Sappiamo perfettamente che, se da un lato oggi è riconosciuta giuridicamente la parità dei diritti, dal punto di vista pratico il principio non è ancora perfettamente realizzato. E si tratta, ovviamente, di lottare per realizzarlo appieno. Ma mi pare che questa lotta debba realizzarsi con un cambiamento: un tempo la lotta era portata in contrapposizione, donne contro uomini. Ora il tempo è maturo per condurla insieme.

Le lotte esasperate del passato hanno dato frutti, ma per fortuna sono finite, con quel loro stile di rabbia. Già Lenin osservava, del resto, che “l’estremismo è la malattia infantile delle rivoluzioni”.

Ora la fase infantile della “rivoluzione femminista” sembra finita. Ma non senza strascichi ancora rischiosi, a mio avviso. La battaglia per la parità rischia di portare all’indifferenziazione.

Osservava Alain DE BENOIST (Le idee a posto, Akropolis, Napoli 1983, p.45): “Certe neo-femministe [...] sottolineano il fatto che i ruoli sociali maschili e femminili di cui la storia europea fa mostra non si ritrovano necessariamente distinti in tal modo in tutte le culture del globo - il che è assolutamente esatto. Omettono nondimeno di menzionare il fatto che, se non si ritrovano queste norme, se ne trovano altre: i ruoli sociali maschili/femminili possono variare, ma non c’è alcuna società in cui la differenza dei ruoli non esista.”

Ecco: l’indifferenza dei ruoli e degli stili è un rischio d’oggi. Non è una riflessione mia, ma di una studiosa convinta della rilevanza delle differenze: "la neutralizzazione dei generi comporta un rischio di morte individuale e collettivo" (Luce IRIGARAY, Tu Noi, Bollati Boringhieri, 1992). Ma già quella grande interprete dei diritti femminili che fu Simone DE BEAUVOIR si chiedeva: “Che cosa perdiamo se vinciamo?”. "Donne si diventa", sosteneva sempre la DE BEAUVOIR. Sia perché il contesto storico-culturale determina il modo d’essere dei generi, sia anche perché una maturazione di coscienza è indispensabile per dotare entrambi i generi della consapevolezza delle differenze reciproche e dei relativi valori.

Credo dunque che, superata ormai la fase infantile della contrapposizione, spetti ora alle donne – e agli uomini – il compito di inventarsi nuovi stili, nuove differenze e modi di valorizzazione in una completa parità.

 

 
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