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20.10.2007
Discorso della Prof. Nelly Valsangiacomo, Università di Losanna,
in occasione
della presentazione del libro sui 50 anni della Federazione
La prima domanda che mi sono posta
quando mi è stato proposto di presentare questo libro è: quale l’utilità
oggi di una ricerca storica sulla Federazione delle Associazioni
Femminili Ticinesi? Mi pare opportuno, infatti, sottolineare che se
questo libro è scaturito da una necessità commemorativa, nondimeno è un
lavoro di approfondimento storiografico a tutti gli effetti.
Percorrendo il libro ho tentato dunque di trarne alcune linee di
riflessione su questi cinquanta anni. Come dice la pubblicità di una
banca cantonale: cinquant’anni sono molti se si pensa all’esperienza,
pochi se si considera l’entusiasmo che ancora anima queste attività;
molti se si pensa alle enormi conquiste ottenute, ma pochi se si
riflette su quello che ancora c’è da fare e soprattutto ai tempi lunghi
che richiedono i cambiamenti radicali nella mentalità collettiva.
Anzitutto, credo che si debba che partire dal titolo: Donne in movimento.
È un titolo che racchiude il doppio significato di evoluzione e
collettività, due termini alla base della storia delle Federazione nella
quale da un lato da una forte volontà aggregativa, non sempre di facile
realizzazione e mantenimento, e dall’altro lato un cammino verso la
conquista di spazi, fisici e simbolici, all’interno della società. Una
conquista delle spazio pubblico che si ritrova in buona parte delle foto
del volume che riproducono sfilate, manifestazioni pubbliche, votazioni.
Oggi forse parranno scontate, ma non lo erano per nulla fino a pochi
decenni fa.
In questo percorso di lettura, e facendo astrazione dalle realizzazioni
puntuali, che non affronto anche per non togliervi il piacere della
scoperta delle varie parti del libro, tre sono gli aspetti, strettamente
connessi, che mi portano a credere all’interesse di questa iniziativa.
Dapprima la lettura di questa ricerca mostra le difficoltà e i
pregiudizi che le donne dovettero e devono tuttora affrontare nella
richiesta di un’effettiva parità, che nulla ha a che vedere con un
disconoscimento delle differenze tra i sessi. In secondo luogo,
traspaiono tra le righe del testo gli stereotipi culturali assimilati
dalle stesse donne e che hanno dovuto a loro volta combattere per essere
pienamente consapevoli della legittimità della loro richiesta. Terzo ed
ultimo elemento, questo libro testimonia la presenza ancora solo
marginale della storia delle donne e delle relazioni di genere nel
grande pubblico, in particolare nei media e nell’insegnamento.
La ricerca della parità non si
manifesta solo nel raggiungimento del voto, anche se questa è una
conquista di grande importanza. Leggo a pagina 32, nel capitolo dedicato
alla creazione di casa Emmy
“A capo vi è Maria Luisa Albrizzi, presidente della Federazione Ticinese
delle Società Femminili, scelta, oltre che per le sue indubbie capacità
dirigenziali, soprattutto per il fatto d’essere una donna sola, libera
quindi dal consenso maritale nella firma di documenti e nella gestione
di capitali finanziari.”
È una lotta, quella sostenuta dalla FAFT e dalle associazioni aderenti
contro il binomio protezione-esclusione che, anche se presente in moti
ambiti, si è configurato emblematicamente nella marginalizzazione dello
spazio pubblico per eccellenza: quello politico. È un ruolo di
mediazione tra le cittadine e la società (anche se con non poche
difficoltà iniziali) in un momento di totale assenza di potere politico
da parte delle donne: anzitutto nel sostegno alla lotta per l’ottenimento
del suffragio femminile. E quanto si doveva stare attente, nei minimi
particolari affinché questo sostegno non venisse negato dall’elettorato
maschile.
Riprendo la testimonianza di Alice Moretti a pagina 70:
“Elsa ci raccomandò di vestirci bene, di essere eleganti, perché la
gente diceva che quelle che volevano il voto erano gente malmessa o le
zitelle. Io mi ricordo che avevo messo un cappellino che non le dico…penso
che ero proprio elegante”
Molte sono le donne che nel tempo si sono fatte tacciare di
“suffragette”, con una connotazione negativa, perché hanno fatto notare
le crepe nel supposto raggiungimento dei diritti.
E sempre riprendendo il libro si resta con il fiato sospeso per ogni
piccolo passo compiuto. Ecco così che con lo scorrere delle pagine l’aspetto
giuridico di minus habens è finalmente modificato. Il problema però
rimane a un livello più profondo e più difficile da scardinare. Riprendo
a pagina 152 la testimonianza del 2005 di Marina Ortelli:
“Un giornalista con cui ho avuto modo di parlare dell’argomento mi ha
posto una domanda: “Ma che differenza fa al giorno d’oggi se a
confrontarsi ci sono uomini o donne data la parità di diritti? Non basta
ci siano persone sensibili ai problemi e competenti?” In linea di
massima si potrebbe anche essere d’accordo, ma allora perché non si
convocano cinque o sei donne?”
Il riconoscimento sociale va infatti ben oltre le semplici leggi. Il
problema, come mostra questa testimonianza è che prima
dell’assimilazione effettiva rischia di esserci la banalizzazione, come
capita con le donne in politica. Non è un caso se una parte importante
delle attività della Federazione continuano ad essere dedicate a questo
aspetto.
Arrivo qui al secondo aspetto che
emerge dalla lettura di questo volume, legato al rapporto stesso delle
donne con queste nuove conquiste. Non voglio soffermarmi oggi sulle
numerose teorie che riguardano il rapporto tra le donne e il potere,
anche se mi pare evidente che qualche tabù persista. La scorsa primavera
sono stata ospite di una giornata sulle donne nell’accademia. Durante la
vivace e molto interessante discussione, una collega insegnante
universitaria è intervenuta affermando che le donne devono essere prese
nel mondo accademico solo per meriti scientifici e non grazie a leggi
particolari. Non entro nel merito di una discussione sulle quote o altri
sistemi di pari opportunità. Le varie posizioni mi sembrano legittime.
Semplicemente non mi pare che sia solo una battaglia pro o contro. Il
discorso qui è altro: questa affermazione fa a mio avviso riflettere su
un doppio radicamento culturale: da un lato la convinzione che gli
uomini entrino nell’accademia solo per meriti scientifici, tralasciando
dunque quelli che sono gli aspetti di sociabilità, di cooptazione e di
paura dell’altro, del diverso da sé, che possono influire sull’accesso a
un luogo di potere. Dall’altro lato presuppone che il concetto di merito
scientifico sia basato su parametri assolutamente neutri, anche dal
punto di vista del genere. Non credo sia così vero: basti pensare, ma
non è l’unico elemento (semplicemente è il più evidente dal punto di
vista pratico) ai problemi legati alla condizione delle donne con figli.
Siamo così sicuri e sicure infatti che la riconfigurazione dei rapporti
sociali tra i sessi si sia fatta in modo egualitario? La domanda è
retorica e la storia della Federazione ancora una volta è lì a
mostrarcelo: scorrendo il libro salta subito all’occhio come e quanto le
donne abbiano dovuto dimostrare di essere cittadine esemplari prima di
poter accedere al diritto di voto. Se si leggono le esortazioni di Elda
Marazzi o di Alma Bacciarini traspare questa necessità di mostrare
quanto siamo brave e questo in ogni ambito, come ben afferma il
volantino promozionale del progetto sulla promozione delle pari
opportunità, a pagina 160.È un retaggio culturale di lunghissimo periodo
e che sovente noi stesse stentiamo a riconoscere nei nostri
atteggiamenti.
Si è dunque confrontati, leggendo
questo libro ai molteplici sforzi e alle innumerevoli battaglie per l’uguaglianza
dei diritti, al rafforzamento della coscienza delle donne e alla volontà
di trasmissione di questa ricchezza. Battaglie compiute, è opportuno
sottolinearlo, non da una organizzazione mantello senza volto, ma da
donne in carne e ossa, ognuna con la sua traiettoria personale, molte
delle quali si ritrovano nel libro. È un aspetto evocativo, di
costruzione della memoria, che mi porta al terzo punto enumerato
all’inizio: l’invisibilità delle donne nella storia, la fondamentale
costruzione della memoria, o meglio ancora, mi pare, la necessaria
trasmissione del sapere. Negli ultimi anni si è vieppiù confrontati a un
attacco, nemmeno molto nascosto, a questa ricerca di uguaglianza e di
pari opportunità. Sia ben chiaro, e questo libro ben lo mostra, così
come lo mostrano gli studi nelle diverse discipline, che questa
benedetta uguaglianza non è stata raggiunta per nulla. Ancora non si è
raggiunta e già compaiono studi pseudo-scientifici sui pericoli di
queste conquiste e si alzano lamentele sulle supposte prevaricazioni
femminili. Come preservare, rafforzare e integrare appieno nella società
queste conquiste fondamentali? Con la trasmissione, che passa anche
attraverso la memoria.
Per alcuni mesi sono apparsi in un quotidiano ticinese degli articoli di
taglio storico dal titolo: “Gli uomini che hanno fatto il Ticino”. Il
titolo è emblematico per diversi aspetti. Mi soffermo solo su quello più
evidente: si parla di uomini, non di persone, né di “uomini e donne”. L’articolista,
molto ben documentato peraltro, si è basato sulla letteratura esistente.
Tale letteratura, soprattutto a livello locale, comporta ancora pochi
lavori su ruolo delle donne nella società e sulle differenze di genere.
Le donne stesse peraltro abituate a un ruolo subalterno hanno pensato
che la loro memoria non avesse valore, distruggendola per buona parte (ecco
il retaggio culturale). la FAFT si è mossa anche in questo senso, da un
lato con la sempre maggiore attenzione alla la valorizzazione e ala
trasmissione di una cultura femminile nella quale le donne sono attive e
non semplici fruitici; d’altro lato, con il sostegno alla raccolta e la
conservazione della memoria delle donne; per finire con la volontà di
indagare la propria di storia attraverso questo libro.
Credo fermamente che solo la trasmissione del sapere permetterà il
consolidamento di tutte le conquiste degli ultimi decenni e nelle quali
ogni associazione aderente alla Federazione ha avuto una parte attiva. E
la trasmissione del sapere passa fondamentalmente a due grandi livelli:
i media e l’insegnamento, poiché è la conoscenza di quello che si è
fatto finora, la consapevolezza che le conquiste non sono cadute dal
cielo che spinge al desiderio mimetico da un lato e alla non
banalizzazione del problema. È un percorso tutto in salita anche questo,
che si confronta con una manualistica storica ancora per la maggior
parte declinata al maschile.
Termino ricordando che Il 2007 è l’anno delle pari opportunità per
tutti, senza discriminazione sul genere, sulle origini geografiche o
religiose, sugli orientamenti sessuali e quant’altro. Le donne, proprio
per le battaglie che hanno dovuto compiere, mi sembra dovrebbero essere
molto coscienti della necessità di questa lotta. Non mi resta dunque che
augurare che chi fra cinquant’anni si ritroverà a commemorare i 100 anni
della FAFT abbia potuto aggiungere dei capitolo conclusivi, in cui la
maggior parte delle iniziative così fondamentali oggi non abbiano più
ragione di essere.
Nelly Valsangiacomo
Università di Losanna
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